Adesso dopo il nome mettiamoci un bel punto interrogativo.
Nel 2005, così parlava Sabina Guzzanti:
Perché effettivamente volevo fare un omaggio a un politico [Zapatero] che, una volta eletto, ha fatto alcune delle cose che aveva promesso in campagna elettorale. Da noi una cosa del genere non è mai successa. Forse è il caso di ereditare questa bella usanza dalla nuova Spagna.
Già, la nuova Spagna... nel 2008 un tale Ricardo Angoso scriveva questo:
L’economia spagnola è troppo celebrata, ma in realtà non è così sana. Troppe vacanze, scarsa produttività e pochi investimenti. È giunta l’ora di un’analisi autocritica e di riforme strutturali in una Spagna auto compiacente.
[...]
Stando così le cose, e sfuggendo al facile compiacimento che si respira in alcune parti del Paese, sarebbe necessario riconsiderare l’economia spagnola in termini generali ed evitare i banali luoghi comuni trionfalisti che a volte i dirigenti politici ed economici esibiscono. Senza la necessaria autocritica è impossibile superare situazioni di crisi e dare agli evidenti problemi che presenta il quadro economico risposte da una prospettiva oggettiva, razionale e sgombra da passioni patriottiche. Agli spagnoli la scelta.
Angoso non è stato ascoltato. Dal 2008 ad oggi la disoccupazione in Spagna è passata da 11% a 19%, il debito pubblico netto è quasi raddoppiato, e le esportazioni sono calate ancora (fonte mondimpresa).
La resa dei conti.
2 agosto 2011 - La Repubblica
WASHINGTON. "E' stato evitato un default che avrebbe devastato l'economia", ha detto Obama, ribadendo però le critiche all'azione del Congresso sottolineando che "il nodo del debito si sarebbe potuto risolvere definitivamente" e che "non bisognerebbe andare così vicino al rischio di una catastrofe per agire". "Dobbiamo fare tutto quello che possiamo per far crescere l'economia e rimettere gli americani al lavoro", ha aggiunto il presidente rilanciando: "Le aziende hanno bisogno di certezze per tornare ad assumere".
....
l piano prevede un aumento del tetto del debito di almeno 2.100 miliardi di dollari, associati a tagli della spesa di pari valore.
Per non dimenticare;
19 aprile 2009 - La Stampa
Su quando si uscirà dalla crisi Tremonti non ha un’idicazione precisa ma, parlando nel corso della trasmissione In mezz’ora, sottolinea che «il rischio di un’apocalisse finanziaria si sta riducendo. In America nessuno più pensa a un fallimento globale, perchè sono intervenuti i governi e lo stesso nell’Est Europa e nell’Est asiatico. La paura di un crollo delle Borse e della finanza mi sembra finita e la gente ha tirato un respiro di sollievo perchè è finito l’incubo degli incubi». «Siamo ancora in una situazione di incognita», ha tuttavia precisato Tremonti, secondo cui «sicuramente è finita la paura dell’apocalisse. È rallentata la caduta, dall’autunno in poi, del traffico e del commercio che è la nostra ricchezza. Guardiamo al futuro con qualche speranza». Come ha detto Obama.
27 aprile 2010 - La Repubblica
WASHINGTON - Per l'economia Usa si avvicina "il giorno della resa dei conti" per il gigantesco deficit federale. Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inaugurato oggi i lavori della commissione bipartisan incaricata di trovare soluzioni per ridurre l'immenso deficit del bilancio pubblico. "E' molto più facile spendere un dollaro che risparmiarne uno", ha aggiunto Obama, ma abbiamo l'obbligo nei confronti delle generazioni future di affrontare il nostro deficit che minaccia di indebolire l'economia e lasciare i nostri bambini e i nostri nipoti con una montagna di debiti". Il debito pubblico americano oggi è all'incredibile livello di 12.880 miliardi di dollari, e dovrebbe aumentare di almeno 1000 miliardi all'anno per i prossimi dieci. Per il 2011 il governo prevede un deficit nell'ordine di 1.600 miliardi di dollari, il 10,6% del Pil. Sono cifre considerate insostenibili da tutti gli esperti.
Da leggere l'articolo odierno su Intermarket&more:
La giornata di ieri passerà sicuramente alla storia. Doppio downgrading per Grecia e Spagna, con i titolo ellenici ridotti incredibilmente a Junk Bond. Mai nulla di questo era accaduto nella storia dell’Euro. Crisi Grecia all’ennesima potenza....
Un articolo pubblicato nel 2008, prova a tracciare una storia mondiale di tutte le ristrutturazioni e dei default nazionali che si sono verificati in tutto il mondo:
This Time is Different: A Panoramic View of Eight Centuries of Financial Crisis
Carmen M. Reinhart and Kenneth S. Rogoff
Journal of Economic Literature E6, F3 and N0
Reperire dati precisi su otto secoli di storia e in tutto il mondo presenta enormi difficoltà, tuttavia è quantomeno curioso vedere una certa ciclicità nella percentuale di Paesi che hanno ristrutturato il debito o hanno dichiarato default. Dal 1800 ad oggi, i picchi massimi delle crisi si sono avuti a intervalli di circa 50-60 anni, l'ultimo è stato intorno al 1990.
In questi mesi si parla molto di ristrutturazioni, default e crisi finanziarie dei Paesi PIIGS, come se fossero eventi insoliti. Al contrario di quello che comunemente si immagina, si tratta di situazioni che nella storia si sono verificate di frequente.
E' anche curioso vedere quali Paesi europei, e quante volte, hanno dichiarato default nel corso della loro Storia, fra parentesi è indicato l'anno di partenza considerato per ogni Paese:
- Austria 7 (1282)
- Francia 8 (943)
- Germania 8 (1618)
- Grecia 5 (1829)
- Ungheria 7 (1918)
- Italia 1 (1569)
- Olanda 1 (1581)
- Polonia 3 (1918)
- Portogallo 6 (1139)
- Romania 3 (1878)
- Russia 5 (1457)
- Spagna 13 (1476)
Regno Unito, Belgio e Paesi scandinavi non hanno mai avuto crisi finanziarie. La Grecia, dal 1829 ad oggi, ha passato circa metà del tempo in default o in ristrutturazione del debito, come si legge nella tabella originale.
Questo articolo si pone un obiettivo molto ambizioso, tentando di mettere in relazione tutta l'economia mondilae nel corso della storia con i vari fattori scatenanti, quali default esterno, default interno, crisi bancarie, crolli valutari e inflazione. E' un lavoro che merita di essere letto.
Nelle conclusioni, si legge alla fine:
"Naturalmente, se la Storia ci dice qualcosa, è che non possiamo saltare alla conclusione che "questa volta è diverso". In particolare, concludere che Paesi come Ungheria e Grecia non falliranno mai perché "questa volta é diverso grazie alla UE", potrebbe essere una verità dalla vita molto breve".
C'è una relazione fra l'indice della Fiducia dei Consumatori e l'indice di Borsa? In realtà no, vi è una correlazione con la disoccupazione.
Questo articolo di Doug Short, ottobre 2010, studia l'andamento dell'indice S&P 500 in relazione alla Fiducia dei Consumatori, e conclude così:
"Come vediamo, le due misure della Fiducia dei Consumatori sono più strettamente correlate ai livelli di disoccupazione che al comportamento del mercato. Se la disoccupazione rimane alta, probabilmente la Fiducia resterà bassa. Il maggiore rischio economico andando avanti è l'effetto spirale se il consumatore preoccupato continua a tagliare i consumi."
E' interessante correlare l'indice di crescita dei consumi prodotto dal Consumer Metrics Institute, che mostra di essere un ottimo anticipatore dei comportamenti del mercato azionario.
La conclusione che ne ricava Short, nel suo ultimo aggiornamento, è netta:
"Sembra difficile immaginare un ciclo economico sostenuto e un recupero a lungo termine dell'economia, mentre l'indice demografico del CMI precipita in una contrazione anno su anno."
Il sito di Roma Expo 2010 Shangai è stato pagato dal Comune di Roma la bellezza di 1.370.000 euro. Quanto vale? Circa 22.000 euro ad essere proprio di manica larga.
Qui si fanno due conti onesti:
http://www.stenoweb.it/it/node/228
Adesso veniteci a raccontare quanto è bello il modello irlandese, che ha prodotto uno Stato in bancarotta e chiede 90 miliardi di euro alla tanto disprezzata e decadente Europa.
Leggo in un articolo del 2006, pubblicato su phastidio.net, che cita fra l'altro un'analisi dell'economista statunitense James Gwartney:
Una storia di successo: l’alternativa irlandese
[...]Da vent’anni, il modello sociale irlandese ha mostrato la propria efficacia non solo nel creare lavoro e ricchezza, ma anche nel dotare le autorità irlandesi di ampie risorse per una vasta gamma di iniziative sociali, culturali ed ambientali, così come per i costi legati all’invecchiamento. L’ineguagliato successo irlandese dimostra che politiche alternative sono affidabili e realisticamente fattibili anche all’interno dell’attuale framework europeo.
Non basta, ce n'è anche per i Paesi scandinavi:
- I miti scandinavi
Malgrado l’evidente successo del modello irlandese, gli adepti del Big Government all’europea continuano a supportare il modello scandinavo, malgrado le politiche scandinave si siano dimostrate particolarmente inefficienti. [...]
Se c’è una lezione da apprendere dall’esperienza scandinava [e meno male! dico io], è che quei paesi hanno successo nell’uso efficiente delle risorse pubbliche, attraverso investimento ed innovazione. Tuttavia, le loro restrittive politiche sull’occupazione (con l’unica eccezione della Danimarca) non riusciranno a determinare una maggiore crescita fintanto che quei paesi manterranno in essere politiche keynesiane ed una dimensione eccessiva del ruolo del governo.
I Paesi scandinavi però, oggi hanno le finanze sotto controllo. Lasciamo perdere...
Troppa fretta nel giudicare i numeri: la crescita, il PIL, l'occupazione, ma cosa c'era dietro questo sviluppo irlandese, dietro questi numeri da capogiro? Qualcuno lo diceva già nel 2007:
Chi paga la Celtic Tiger?
La domanda da porre, come sostengono i partiti della sinistra irlandese, dal Sinn Fein ai verdi ai socialisti, è un’altra: che beneficio hanno avuto i lavoratori dal boom economico degli anni ’90? Qui le cose si fanno più complesse e articolate. C’è più lavoro, si dice. Vero. Ma di che qualità? In genere molto scarsa. Il settore dell’hi-tech, dell’informatica, dei computer, il primo ad espandersi ha portato in Irlanda nuovo lavoro. Ma fabbriche come Siemens o Hp che nella Repubblica hanno trovato un paradiso fiscale (per far uscire dal pantano la moribonda economia irlandese l’Europa ha pompato denaro nelle case dell’isola e ha istituito le zone franche), ben presto hanno confermato di non aver alcun interesse a formare personale in loco. Per ironia della sorte, dagli States dove milioni di irlandesi sono emigrati in passato, sono arrivati in Irlanda yankees super specializzati che hanno occupato i posti migliori, lasciando agli autoctoni le mansioni generiche. Non solo, per abbassare i costi della manodopera altri settori (per esempio quello dell’edilizia) hanno cominciato a impiegare migranti o addirittura a noleggiare lavoratori all’estero.
Ci hanno raccontato che ci volevano politiche fiscali più flessibili, che si doveva rinunciare a una parte dei nostri Diritti, che ci voleva flessibilità... ecco che bei risultati. I problemi che abbiamo, perchè ci sono e non si possono dimenticare, non si risolvono con queste ricette.
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