Adesso veniteci a raccontare quanto è bello il modello irlandese, che ha prodotto uno Stato in bancarotta e chiede 90 miliardi di euro alla tanto disprezzata e decadente Europa.
Leggo in un articolo del 2006, pubblicato su phastidio.net, che cita fra l'altro un'analisi dell'economista statunitense James Gwartney:
Una storia di successo: l’alternativa irlandese
[...]Da vent’anni, il modello sociale irlandese ha mostrato la propria efficacia non solo nel creare lavoro e ricchezza, ma anche nel dotare le autorità irlandesi di ampie risorse per una vasta gamma di iniziative sociali, culturali ed ambientali, così come per i costi legati all’invecchiamento. L’ineguagliato successo irlandese dimostra che politiche alternative sono affidabili e realisticamente fattibili anche all’interno dell’attuale framework europeo.
Non basta, ce n'è anche per i Paesi scandinavi:
- I miti scandinavi
Malgrado l’evidente successo del modello irlandese, gli adepti del Big Government all’europea continuano a supportare il modello scandinavo, malgrado le politiche scandinave si siano dimostrate particolarmente inefficienti. [...]
Se c’è una lezione da apprendere dall’esperienza scandinava [e meno male! dico io], è che quei paesi hanno successo nell’uso efficiente delle risorse pubbliche, attraverso investimento ed innovazione. Tuttavia, le loro restrittive politiche sull’occupazione (con l’unica eccezione della Danimarca) non riusciranno a determinare una maggiore crescita fintanto che quei paesi manterranno in essere politiche keynesiane ed una dimensione eccessiva del ruolo del governo.
I Paesi scandinavi però, oggi hanno le finanze sotto controllo. Lasciamo perdere...
Troppa fretta nel giudicare i numeri: la crescita, il PIL, l'occupazione, ma cosa c'era dietro questo sviluppo irlandese, dietro questi numeri da capogiro? Qualcuno lo diceva già nel 2007:
Chi paga la Celtic Tiger?
La domanda da porre, come sostengono i partiti della sinistra irlandese, dal Sinn Fein ai verdi ai socialisti, è un’altra: che beneficio hanno avuto i lavoratori dal boom economico degli anni ’90? Qui le cose si fanno più complesse e articolate. C’è più lavoro, si dice. Vero. Ma di che qualità? In genere molto scarsa. Il settore dell’hi-tech, dell’informatica, dei computer, il primo ad espandersi ha portato in Irlanda nuovo lavoro. Ma fabbriche come Siemens o Hp che nella Repubblica hanno trovato un paradiso fiscale (per far uscire dal pantano la moribonda economia irlandese l’Europa ha pompato denaro nelle case dell’isola e ha istituito le zone franche), ben presto hanno confermato di non aver alcun interesse a formare personale in loco. Per ironia della sorte, dagli States dove milioni di irlandesi sono emigrati in passato, sono arrivati in Irlanda yankees super specializzati che hanno occupato i posti migliori, lasciando agli autoctoni le mansioni generiche. Non solo, per abbassare i costi della manodopera altri settori (per esempio quello dell’edilizia) hanno cominciato a impiegare migranti o addirittura a noleggiare lavoratori all’estero.
Ci hanno raccontato che ci volevano politiche fiscali più flessibili, che si doveva rinunciare a una parte dei nostri Diritti, che ci voleva flessibilità... ecco che bei risultati. I problemi che abbiamo, perchè ci sono e non si possono dimenticare, non si risolvono con queste ricette.
